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La fornace di Caslano

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La fornace di Caslano

La Torrazza è una frazione di Caslano posta lungo lo Stretto di Lavena, storicamente molto legata con il paese posto a soli 15 metri sulla riva opposta. Originariamente il gruppo di case che sorse presso la Torrazza era di proprietà degli abitanti di Lavena, essendo anche questa riva del ducato di Milano. I lavenesi possedevano pure i terreni sulle pendici del monte Sassalto, dove facevano pascolare il bestiame, coltivavano e cavavano il materiale calcareo per ricavarne calce.


Le prime unità produttive, sicuramente rudimentali, hanno accompagnato lo sviluppo dei villaggi della regione. Come evidenziato nella carta nazionale del 1891, la toponimia ci fornisce delle indicazioni significative sull’estensione di queste attività. In particolare le attività estrattive e di produzione della calce erano concentrate in prossimità della materia prima, verso Caslano-al Meriggio e alla Torrazza.


Alla fine del XIX. Secolo a Caslano si contano sei fornaci per la cottura del materiale calcareo : « Cave di sassi calcari sul versante orientale e occidentale del monte di Caslano. Esplorate da tempi remoti. Furono sempre esercitate dai fornaciai o dai loro addetti e con esito felice. Estensione mq. 21 000. (…) Per la utilizzazione di detti sassi vi sono 6 fornaci a sistema vecchio, cotte con legna. La costruzione di dette fornaci risale a tempi remoti. » (Inchiesta sulle cave e miniere svizzere del 1895, Schneiderfranken I., 1943, p. 200).


Allo scopo di corrispondere meglio all’evoluzione del mercato, ad inizio Novecento si intrapresero dei lavori che permisero lo svilupparsi della fornace della Torrazza, seguiti da ulteriori interventi di miglioria.

 

Il forno da calce visibile ancora oggi alla Torrazza, a fuoco continuo con tino verticale, era alimentato con due focolari periferici contrapposti. Il tino presenta una copertura con camino, una zona di carico e preriscaldo, la zona di cottura composta da due focolari, una zona di raffreddamento e un bacino di scarico. Lo spessore medio dei muri del tino è di 150 cm, composti da mattoni refrattari, muratura varia e cerchiature e longheroni di contenimento in ferro.

 

Una passerella proveniente dalla cava permetteva di giungere sul tino e versare la pietra attraverso la sezione di carico. Ad un’altezza di circa 150 cm sul piano del pavimento, il tino del forno presentava delle putrelle orizzontali sulle quali appoggiavano delle barre ricurve che sostenevano la calce dentro il forno. Questa graticola in ferro permetteva nel contempo il passaggio dell’aria all’interno del camino

 

Il calore necessario alla cottura del materiale proveniva dalle feritoie antistanti i due focolari, dove il calore si concentrava raggiungendo i 1500º C. La produzione di calce doveva approssimarsi alle 10-15 tonnellate per 24 ore di lavoro, con un consumo di legna di 0.6 tonnellate per ogni tonnellata di calce prodotta. La fornace produceva principalmente calce in zolle, idrata e concime. Venivano pure estratti pietrischi calcari usati per il sottofondo stradale, per i viali o per i campi da tennis e da bocce.

 

Le attività cessarono nel 1950, anche se il commercio del pietrisco continuò ancora per qualche anno. Nel 1976 cessa anche lo sfruttamento della cava a causa della crisi dell’industria vetraria e della costruzione. Il 19 agosto 1977 la società Sassalto SA segnala all’amministrazione patriziale che « Notre société compte reprendre son exploitation de dolomie dès que les circonstances le permettront. Il faut espérer que la stagnation du marché actuel ne durera pas trop longtemps. »

 

Nel marzo del 1981 la Sassalto SA annulla il contratto di locazione con il patriziato di Caslano e nel 1989 la fornace viene ceduta dalla Sassalto SA al comune di Caslano.

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