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«Popolare e scientificamente fondata»


«Popolare e scientificamente fondata»

La storia della Scuola Media Unica nelle Teche RSI

In questo dossier è disponibile una cinquantina di video che documentano l’attenzione della RSI per l’evoluzione della Scuola media unica nel Canton Ticino. Il primo reca la data del 1968, quando Franco Lepori presentò in conferenza stampa il rapporto sulla riforma della Scuola media in Ticino, gli ultimi sono del 2018, alla vigilia del referendum sul finanziamento della sperimentazione del progetto «La scuola che verrà»..

Non si tratta di una storia della Scuola media, per la quale rimandiamo all’ottimo sito web della SUPSI intitolato «Storiascuola», che raccoglie documenti di storia della scuola ticinese, fornendo fonti, bibliografia, strumenti di ricerca e una linea del tempo. Ancora una volta, si è voluto semplicemente documentare come la RSI, nel corso degli anni, ha illustrato ai cittadini della Svizzera italiana un tema di fondamentale rilevanza sociale quale è, in questo caso, la Scuola media del Canton Ticino.

Commentando questi video, abbiamo spesso fatto ricorso ad un testo fondamentale che Franco Lepori scrisse nel 1977 pe l’Annuario della Conferenza svizzera di direttori cantonali della pubblica educazione intitolato «Politica dell’educazione». Si trattava di un numero speciale intitolato alle «Riforme scolastiche in Svizzera» e vi si legge quanto di meglio è stato fatto per descrivere sinteticamente l’origine della Scuola Media Unica in Ticino il suo avvio apparso subito come scelta audace: «C'erano due strategie possibili per realizzare la riforma. Una prima strategia consisteva nell'istituire alcune scuole medie sperimentali: dopo svariati anni di esperienza e diverse verifiche si sarebbe potuto elaborare una legge che consentisse di generalizzare la riforma. La seconda strategia consisteva invece nell'elaborare e discutere la legge, che doveva essere necessariamente una legge quadro, e poi realizzarla gradualmente, comunque con una certa rapidità. Il Canton Ticino, diversamente da altri, ha scelto questa seconda strategia.»

Sono trascorsi cinquant’anni da quando s’iniziò a ragionare su quella riforma della Scuola Media in Ticino che abolì Ginnasio e Scuola Maggiore nel 1976 a quando, nel 2013, cominciarono le prime riflessioni su «La scuola che verrà». Cinquant’anni che hanno prodotto cambiamenti radicali.

Negli anni Sessanta, il mondo del lavoro chiedeva un adeguato livello di formazione a tutti i cittadini, nel contesto di un modello produttivo che assegnava centralità a lavoro salariato: ad una specifica prestazione lavorativa fornita in una unità di tempo data, era corrisposto una precisa remunerazione.

Nella società in rete di cinquant’anni dopo, il modello del lavoro salariato entra in crisi, e la produzione non chiede più solo «formazione» ma anche «competenze» intese come la capacità di trarre profitto dall’intera soggettività dei lavoratori.

Rotte le barriere tra tempo libero e tempo della produzione, ai cittadini si chiede di «lavorare comunicando», ovverossia di trarre valore non solo dalle nozioni apprese nel processo formativo ma anche da tutte le loro capacità relazionali spontaneamente sviluppate nella vita di tutti i giorni (come ha più volte osservato l’economista Christian Marazzi), dando in tal modo luogo ad una nuova esperienza di vita contrassegnata da quella che il filosofo Fabio Merlini ha definito una seconda «mobilitazione totale», vale a dire la costante disponibilità a produrre mettendo totalmente a profitto qualunque parte di sé.

Quale scuola dell’obbligo, dunque, per questo nuovo contesto storico caratterizzato dalla «connessione costante»? Accondiscendenza verso le nuove forme di esistenza iperconnesse e del «Just in time», o valorizzazione dei tempi lunghi della cultura e della ricerca?

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