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Incontro con Aurelio Galfetti

Descrizione

Aurelio Galfetti (1936), nato e cresciuto a Biasca e considerato uno dei capostipiti della cosiddetta “scuola ticinese”, si definisce architetto per caso. E’ stato frequentando il Liceo di Lugano, tra mille tentazioni e distrazioni, che gli amici hanno iniziato a dirgli che disegnava bene e che avrebbe potuto fare l’architetto. Un altro amico di qualche anno più anziano, un intellettuale molto colto, aggiunse che in lui si percepiva la capacità di vedere e interpretare lo spazio. Il giovane Aurelio non sapeva nemmeno cosa fosse, lo spazio: ma l’idea gli piacque. E poi scoprì che a Zurigo la Facoltà di architettura era più breve di altre discipline, e che in quegli anni tra gli studenti ticinesi di Zurigo era titolo di merito frequentare poco le lezioni. Così la scelta di iscriversi al Politecnico gli parse facile. Fu però solo grazie alla fiducia che ripose in lui un suo professore, riconoscendolo più intelligente di quanto sembrasse, e spronandolo a lavorare con metodo e serietà, che Aurelio Galfetti nel 1960, e poi e soprattutto nei decenni a venire, divenne un prodigioso e riconosciuto esempio di architetto eclettico (come egli stesso ama definirsi).

Questo breve riassunto dei suoi anni di studio, raccontati con ironia e senza nessuna traccia d’indulgenza nella prima parte della lunga intervista, detta il tono del ritratto televisivo che gli è dedicato. Che è candido, divertente e profondo in pari tempo. E che non dimentica il racconto della sua straordinaria famiglia, divisa tra Biasca l’Africa e la California. Un autentico romanzo popolare.

Allievo di Tita Carloni e poi, soprattutto, di Rino Tami, ha aperto un primo studio a Lugano, poi a Bellinzona e ora di nuovo a Lugano. Vero è che per Galfetti tutto il Ticino è una sola grande città che va da Milano al Gottardo. Sul suo paese, che percorre in auto, instancabilmente, da decenni, pone uno sguardo lucido e critico ma tuttora ottimista. Egli crede che le storture e le brutture urbanistiche e architettoniche di cui il Cantone abbonda nel tempo saranno correggibili ed emendabili. A condizione che il paese sappia formare e si affidi a una figura di architetto nuova, un architetto territoriale o generalista che sa che solo il progetto, e in particolare il progetto dello spazio pubblico, può far sperare in un Ticino (architettonicamente e urbanisticamente) migliore.

Alla sua variegata produzione progettuale e architettonica (ricordiamo solo alcune delle sue opere più note: in Ticino la Piscina comunale, il Palazzo delle PTT e il magistrale restauro del Castelgrande di Bellinzona, in Svizzera la Torre di Losanna e all’estero la Biblioteca di Chambery, in Savoia, la Torre di Padova, oltre a edifici in Olanda e in Grecia), sono stati dedicati studi e saggi in varie lingue su pubblicazioni e libri di vario genere, oltre a documentari televisivi. Innumerevoli, poi, sono i riconoscimenti nazionali e internazionali che il suo lavoro ha ottenuto nel corso di quasi sessant’anni di carriera.

Aurelio Galfetti è anche co-fondatore dell’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana a Mendrisio, di cui è stato direttore e professore di progettazione dal 1996 al 2002. Di sé ama dire che architetti non si nasce ma si diventa: e che se il caso ha saputo generare l’universo, può aver fatto –appunto- anche un buon architetto. Uomo timido e schivo, ha preferito appartarsi e lavorare in silenzio, convinto che a guidare la mano e il progetto di un architetto debba essere l’etica. Di lui l’amico Mario Botta ha scritto: Aurelio Galfetti ha saputo trasformare un mestiere in una vocazione. Che il passare del tempo ha ulteriormente rinvigorito.

Questa intervista è andata in onda il 5 dicembre 2017. Realizzata da Matteo Bellinelli, è parte della serie di inteviste initolate «Memoria del presente», che offrono la possibilità di conoscere meglio e più da vicino alcune delle personalità più significative della storia del Canton Ticino del ventesimo secolo.

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